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sabato, 27 giugno 2009

"God did not create this computer word": Ted Nelson a Bologna

Venerdì mattina Ted Nelson, pioniere dell'informatica che si definisce però filosofo e poeta, ha tenuto una lettura pubblica all'Università di Bologna a cui sono andata per pura curiosità, dato che non avevo mai sentito parlare prima di questa persona. E la curiosità è stata premiata... almeno a livello di suggestioni, perché il lavoro di Nelson pare essere veramente complesso e quello che ne posso riportare è solo, appunto, una sorta di "colore". Anche se lui direbbe che il suo lavoro è invece basato sempre su un ideale di semplicità!

Ted Nelson è la persona che ha inventato la parola ipertesto molto prima che si potesse anche solo immaginare quello che sarebbe stato il web. Ma guai a pensare che il web sia la realizzazione di quella primordiale idea! Traducendo direttamente Nelson:

"Non sono un tecnico: mi definisco invece un umanista di sistemi. I tecnici hanno creato un mondo a loro immagine. Io credo che il mondo dei computer di oggi sia il risultato dei fraintendimenti operati dai tecnici nei confronti della vita e del pensiero umani ... Nel 1960 ebbi la visione di un sistema mondiale di pubblicazione elettronica, anarchico e populista, in cui ciascuno potesse pubblicare qualunque cosa e ciascuno potesse leggerla. (Fino a qui, sembra il web). Ma il mio approccio riguarda la profondità letteraria - incluse le comparazioni punto per punto, le annotazioni ed un unico sistema di copyright. Oggi definisco ciò 'letteratura elettronica profonda' invece di 'ipertesto', perché oggi la gente pensa che ipertesto significhi il web."

Qualche punto su cui appoggiarci: la carta e le gerarchie.

Innanzitutto, una sorta di peccato originale dell'intero mondo del desktop publishing di oggi risiede per Nelson nel fatto che, in origine, esso sia stato progettato a partire da un'analogia col precedente mondo cartaceo. Per cui un file è un foglio di carta, i fogli di carta si raccolgono in cartelle che assomigliano alle carpette da ufficio, e uno dei più grandi risultati in questo campo è stato considerato il formato pdf, paragonabile, secondo Nelson, a "carta sotto vetro". Come dire la carta, ma senza la comodità della carta (non ci si possono fare annotazioni, ecc.)

A loro volta, le cartelle-carpette sono rigidamente organizzate secondo alberi gerarchici. E allo stesso modo, a livello più profondo, tutto il nostro pc: Risorse del computer > C > sottocategorie, sotto-sotto categorie eccetera, fino ai file veri e propri che possono distare quattro, cinque, sei passaggi e oltre.

Tutto questo ci sembra perfettamente naturale perché così era già strutturato il primo pc che abbiamo avuto per le mani.

"Questi aspetti sono, naturalmente, la realtà presente. Ma non sono più veri e naturali di quanto l'hamburger sia la vera e naturale forma delle mucche, o Central Park la vera e naturale forma della Manhattan dei quartieri alti ... nessuno crede che Dio abbia creato i computer. Perciò, non sottostiamo all'obbligo divino di usarli secondo la tradizione." (Fonte)

Quello che mi ha colpito nella presentazione di stamattina è la descrizione che Nelson ha fatto del computer come di una philosophy machine e una movie machine.

Un macchina filosofica nel senso che l'architettura stessa di un computer influenza il modo in cui le idee con cui lavoriamo si possono sviluppare. Una macchina video nel senso che, più che l'organizzazione gerarchica del nostro lavoro, sono la presentazione, il modo di mettere in evidenza, il focus delle cose che contano. Una movie machine nel senso che il computer può essere visto anche come uno schermo sul quale avvengono delle cose, delle cose appaiono e vengono messe in evidenza.

Quello che Nelson propone in alternativa al pc gerarichico-cartaceo è una differente concezione dell'ipertesto, molto più ricca di correlazioni di quanto siamo abituati a pensare e, soprattutto, di correlazioni in direzioni differenti (non il semplice e in fondo limitato 'point to' del web).

Per gli appassionati, Nelson è il padre del progetto Xanadu, una sorta di fantasma che si aggira da anni nel mondo dell'informatica e di cui capita di leggere persino nei manuali di biblioteconomia. Questa la relativa voce, non formalmente correttissima, di Wikipedia in italiano.

Un video con lo stesso Nelson che ne parla può rivelare qualcosa di più: il progetto di un sistema dei media radicalmente nuovo, in cui tutti i legame fra i contenuti siano completamente trasparenti, e che metta in evidenza il potenziale insito in ciascuno di noi di essere simultaneamente lettori e scrittori.


ZigZag® and Its StructureOggi, Nelson è anche il promotore di ZigZag (un nome, una promessa... e anche la grafica stile vecchio videogioco mi pare dica qualcosa di come il personaggio sia davvero poco convenzionale!).

ZigZag è un software per database che consente di visualizzare i dati e le loro relazioni secondo alcuni dei principi espressi da Nelson, secondo una struttura definibile come hyperthogonal (la parola ha solo 41 occorrenze su Google, quindi non mi proverò neppure a tradurla!). Per mettere la cosa in termini a noi comprensibili, la differenza che salta agli occhi è la visualizzazione grafica delle relazioni fra gli elementi. Ma, naturalmente, nessuna visualizzazione è casuale, quindi attenzione a che cosa rivelano - anche in termini di potenziali implicazioni culturali - delle semplici caselle colorate come ad es. quelle che si vedono qui.


Dalla pagina che gli dedica Wikipedia si trova una bella serie di link a risorse utili sul personaggio e sul suo lavoro.

Se invece avete da passare una bella oretta e mezza, questo è il video integrale dell'intervento The Politics of Internet Software, tenuto nel 2005 all'Oxford Internet Institute.


postato da: gentilini alle ore 10:31 | link | commenti (3)
categorie: eventi, zigzag, ipertesto, xanadu, ted nelson
mercoledì, 10 giugno 2009

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Qualche tempo fa è passato in aib-cur un piccolo dibattito su e-book ed e-book reader che si è concluso (se leggo bene gli archivi) col messaggio di un collega che riporto per intero, ringraziandolo per la sintesi:

L'E-book è stato concepito e viene commercializzato proprio come scelta alternativa di supporto alla lettura ..., e pensare che non sia così ci fa solo perdere tempo.
Il libro è pesante, occupa spazio, si logora e si sporca, devi usare due mani per leggerlo, per ritrovare un brano diventi matto, costa il doppio... insomma non è così ovvio che la carta sia da preferire (a meno di non essere della schiera di quelli per i quali è "importante bagnarsi il dito per girare le pagine").
Ma il libro lo puoi prestare! Confrontarsi con l'e-book significa capire come gestire i diritti d'autore e licenze d'uso, capire come cambierà la distribuzione e l'editoria e tante altre cose.
Penso che il tempo per domandarsi se a qualcuno può piacere leggere un romanzo sullo schermo sia scaduto.”

Facciamo allora un esercizio di immaginazione.

In un libro che affronta la questione della riforma della proprietà intellettuale dal punto di vista economico e le forme di lavoro basate sulla collaborazione, ho trovato un riferimento a jamendo, un sito di condivisione di musica offerta direttamente dagli artisti con licenze Creative Commons.


Il senso dell'operazione è quello di far incontrare domanda e offerta di musica per attori che sarebbero altrimenti esclusi – o quasi – dai normali canali distributivi che, come è noto, tendono per motivi commerciali a investire nei pochi artisti che promettano un grande ritorno economico.

Il “piccolo” gruppo decide quindi di caricare sul sito la propria musica, la correda di testi e immagine di copertina, sceglie una licenza CC e attende che le persone scarichino i loro pezzi.

Ma come fa a sostenersi un modello del genere, visto che anche gli artisti devono pagare la spesa alla cassa del supermercato? In diversi modi.

Innanzitutto, il sito si regge sulla vendita di spazi pubblicitari, abbastanza ingenti (li vedete subito nella parte destra dello schermo) ma del tutto trasparenti.

Inoltre, l'utente finale può fare delle donazioni dirette all'artista, via carta di credito, dell'importo che desidera. Da alcuni esperimenti più noti (come In rainbows dei Radiohead) pare di poter trarre la conclusione che un modello del genere produce profitti diretti. In ogni caso, per artisti sconosciuti come questi, anche un paio di euro sarebbero un profitto superiore al niente che l'industria musicale avrebbe garantito loro.

Ma, soprattutto, va tenuto conto che per gli artisti coinvolti si tratta di ottenere una possibilità di promozione del loro lavoro a costo praticamente nullo. Dalla promozione derivano i concerti, dai concerti il merchandising, gli incassi e la fama, in un circolo potenzialmente virtuoso.

Per gli utenti finali, invece, la prima impressione è quella di essere arrivati in paradiso

Innanzitutto, si esce dal vicolo cieco del download illegale, dalla sensazione di stare facendo una cosa che in realtà non danneggia nessuno anche se al cinema un costosissimo spot cerca di convincerci che la pirateria è un crimine orribilissimo, dall'intrico della normativa che non ci fa neppure essere sicuri della legittimità o meno di quello che facciamo, dai malware e dai fake (Biancaneve e i sette nani può non essere affatto un cartone animato).

Gli amministratori di jamendo si prendono anche la libertà di ironizzare contro il copyright. Al primo scaricamento, appare questo messaggio:

Al contrario della nuova legge francese Hadopi, che minaccia d'inviare un'e-mail di avvertimento a chi scarica contenuti pirati e di tagliare la connessione a chi persiste, Jamendo ti invia un'e-mail di ringraziamento, o di più se sei recidivo!”

Legge Hadopi che, nel frattempo, pare riposare in pace...


In secondo luogo, l'impressione è di un quasi spaesante imbarazzo della scelta.

Io non sono una persona molto bene informata in campo musicale. Ho alcuni nomi che seguo costantemente, dei generi di riferimento, ma se dovessi acquistare in negozio non saprei neppure cosa chiedere, col risultato, infatti, che non acquisto praticamente niente.

Su jamendo invece ho a disposizione una tag cloud di generi che portano a migliaia di pezzi, ognuno a sua volta taggato talvolta fino all'esasperazione (es: hardcore mix hardtek keus metalcore hardcorepunk crust straightedge) - il che, mi vien da pensare – potrebbe costituire anche un aggiornamento accelerato sull'evoluzione dei generi...

Posso esplorare i pezzi secondo diversi criteri, a partire dal banale criterio della popolarità (la famosa saggezza delle folle) fino al suggerimento diretto di utenti “amici” (l'onnipresente community virtuale).

Ma, soprattutto, prima di scaricare, posso ascoltare. Posso fare degli esperimenti, capire cosa significa “hardcore mix hardtek keus eccetera”, farmi due risate, tornare indietro, tentare un pezzo, oppure affidarmi ad un improvviso senso di fiducia e scaricare un intero album.

Certo, si tratti di gruppi emergenti. Questo significa che manca completamente la fase che, tornando al campo che meglio conosciamo, chiameremmo “editoriale”. A me piace l'hardcore ma sotto questo nome trovo anche album naziskin che la scelta di un produttore e di un canale distributivo tradizionali mi avrebbero probabilmente evitato.

Ma veramente preferirei che fosse qualcun altro a scegliere al posto mio?

In ogni caso, il risultato delle mie esplorazioni è che se cliccate sulla freccia gialla qui sotto potete: 1) leggere questo post con la colonna sonora, 2) scoprire cosa sia il genere “hardcore eccetera” e 3) avere un assaggio – imperfetto quanto si vuole – di cosa potrebbe capitare mettendo un Kindle in mano a ciascun lettore.

  

Ci sono molte categorie di persone a cui un esercizio mentale del genere potrebbe giovare: innanzitutto gli editori (esperimenti come quello dell'italiano KataWeb indicano che il ruolo tradizionale dell'editore può essere messo in dubbio ancora prima di arrivare al formato digitale). E poi, naturalmente, i bibliotecari.

Come ci immaginiamo un pubblico che sceglie cosa leggere da un catalogo online, lo scarica, lo manda ai propri amici, magari poi lo stampa perché gli piace bagnare il dito per voltare le pagine... il tutto senza alcuna necessità di passare in biblioteca?


mercoledì, 03 giugno 2009

CSI in biblioteca?

Fra i cinque modelli “ideali” di biblioteca delineati da Anna Galluzzi in Biblioteche per la città, quello che mi incuriosisce di più – soprattutto per la novità dell'idea – è quello della cosiddetta biblioteca esperienziale.

Cosa significa esperienziale?

Il termine deriva dall'economia dell'esperienza, un filone del marketing che mette in luce come a volte importante sia, più del prodotto, l'esperienza che il cliente vive in correlazione al prodotto. Ad esempio, una vacanza. La visita ad un museo. La beauty farm. Prendere un caffè seduti all'aperto in un bar di lusso in una piazza famosa. E così via.

Il testo di riferimento citato da Galluzzi è L'economia delle esperienze : oltre il servizio / B. Joseph Pine II, James H. Gilmore. - Milano : ETAS, 2000


Due sono gli elementi che si possono sottolineare in questo modello: la personalizzazione del servizio e la spettacolarizzazione del contesto.

Personalizzazione del servizio significa che il baricentro del servizio erogato è completamente squilibrato a favore del cliente. Per avere un esempio, pensate alla telefonata tipica fatta al call center di un gestore telefonico, e poi al suo esatto contrario: ecco l'esempio!

Scherzi a parte, nel caso di una biblioteca cosa potrebbe significare?

Mi viene da rispondere che potrebbe significare, per chi lavora a contatto col pubblico, non farsi fermare da una visione predeterminata di quello che l'utente dovrebbe venire a fare in biblioteca. O per lo meno, non fissarsi su una visione estremamente rigida. “Prendersi cura” dell'utente sarebbe invece l'idea, sia che voglia banalmente un libro sia , come mi è capitato stamattina, che voglia imparare ad utilizzare una chiavetta USB. Potremmo definirla una sorta di estensione del reference?

Il secondo aspetto è la spettacolarizzazione del contesto. Anche questo è un aspetto piuttosto interessante e, in qualche modo, anche provocatorio, perché da tempo ormai si tende ad associare alla parola spettacolarizzazione una connotazione negativa.

Spettacolarizzazione potrebbe invece significare qui una cura particolare per l'esposizione dei materiali, per l'aspetto estetico della biblioteca, o per l'edificio in sé.

Un caso citato da Galluzzi di cui ci si fa un'idea già dal sito web è quello della Cerritos Public Library, California. Per gli appassionati di CSI, pensate alla versione Las Vegas. Se Grissom frequentasse una biblioteca pubblica (e non solo musei di entomologia e dissezione!), quella biblioteca sarebbe la Cerritos Public Library.

cerritosby radioflyer007, CC

Vale la pena scorrersi tutta la galleria fotografica del sito per capire dove stia la particolarità di questa biblioteca: in uno stile oggettivamente difficile da digerire per un europeo, le sezioni interne della biblioteca sono state progettate ciascuna sulla base di una diversa idea, come in un parco giochi. Si mescolano così mobilio “anticato” a rappresentare la solidità della cultura del passato, sezioni high tech per le promesse del futuro, una porta di libri giganti per i bambini, un acquario (vero!), un albero, un faro, un dinosauro (vedete quindi che Grissom qualcosa c'entra) e così via.

Al di là delle questioni di gusto, colpisce l'assoluta spregiudicatezza con cui i progettisti hanno adattato ad un istituto culturale un modello di edificio pubblico tipico invece della società e dei consumi di massa: il mall, il centro commerciale, che per i nostri occhi costituisce in effetti l'unico punto di riferimento possibile per “scenografie” di questo tipo.

Mi pare di capire che l'economia dell'esperienza venga in messa in correlazione anche con il cosiddetto fenomeno del prosumer, un nuovo modello di consumatore-produttore grazie ai cui suggerimenti le aziende tendono a modulare e rimodulare i loro prodotti.


C'è da stare attenti anche in biblioteca: trovate raccolti qui, ad esempio, i commenti lasciati da diversi utenti sulla Cerritos Library. Molti sono buoni, anche ottimi, altri tutto il contrario... la partecipazione degli utenti non è tutta rose e fiori!


giovedì, 21 maggio 2009

Proprietà intellettuale: information literacy o cracking skills?

Questa mattina sono stata, grazie all'ospitalità dei colleghi dell'Università di Bologna, ad un interessante e vivace seminario sul diritto d'autore in biblioteca.


Il tema è di quelli che si prestano a scambi d'opinione piuttosto appassionati, e in questo caso l'effetto è stato raggiunto anche grazie alla presenza piuttosto equilibrata di relatori con differenti punti di vista e differenti ruoli professionali.

Claudio Di Cocco, docente di diritto, ha iniziato delineando il quadro d'insieme della materia, ponendo subito l'accento sull'eccesso di protezione che l'accavallarsi dei provvedimenti normativi dell'ultimo decennio ha prodotto, in generale, a favore dei detentori dei diritti.

Oggetto della proprietà intellettuale è per definizione un bene immateriale (l'opera dell'ingegno). Nonostante ciò, la normativa ha finito per occuparsi sempre più di supporti materiali (le “copie”), con la conseguenza che – quando si è arrivati al digitale ed alle nuove categorie concettuali che esso mette in campo in tema di riproducibilità e di riutilizzo dei contenuti – l'intero sistema normativo ha subito uno sbilanciamento che andrebbe corretto.

I limiti (le cosiddette “eccezioni e limitazioni”) riconosciuti al diritto d'autore vengono intesi in senso sempre più restrittivo, con la conseguenza paradossale di mettere i bastoni fra le ruote a chi si occupa di diffusione della conoscenza. Quello che va invece difeso è il concetto di libero utilizzo delle opere dell'ingegno, e in questo le biblioteche possono avere un ruolo attivo che verrà sottolineato anche da Antonella De Robbio.

Alessandra Citti, bibliotecaria, ha invece esposto alcune delle problematiche toccate dal diritto d'autore in biblioteca.

La riproduzione (le fotocopie), limitata come noto al 15% e solo per uso personale (a parte l'eccezione – fondamentale in realtà – delle opere escluse dai cataloghi commerciali e di difficile reperibilità).

La riproduzione in formato digitale, per la quale occorre attenersi alle singole licenze d'uso, tema su cui può persino capitare che gli utenti finali infrangano norme di cui non sono a conoscenza e delle quali può risultare responsabile la biblioteca.

Il document delivery: si può scansionare un articolo e spedirlo ad un'altra biblioteca (con trasmissione protetta da password o criptata), ma questa dovrà fornirlo all'utente finale stampato.

Il materiale didattico (parliamo di biblioteche universitarie), la possibilità o meno per gli stessi docenti di produrre dispense, dispense elettroniche, e la loro riproducibilità.

Imparo in questo modo che colleghi che si occupano di document delivery, per evitare di infrangere le norme, procedono su questa strada: documento nativo digitale > stampa da parte dei bibliotecari > scansione > invio alla biblioteca ricevente in formato digitale non modificabile (il cosiddetto “formato immagine”). A dir poco complesso...

Inutile dire che a questo punto del seminario la platea, composta di bibliotecari, responsabili amministrativi e ricercatori, comincia a rumoreggiare... Tanto più quando Renato Esposito (esponente di AIDRO che farà poi un suo intervento) mette in dubbio persino la liceità della copia digitale temporanea ai fini del document delivery.

Interviene poi la da sempre paladina dell'open access Antonella De Robbio, con una sintesi delle diverse possibilità per la gestione dei loro diritti che gli autori hanno di fronte al momento della pubblicazione.

Le biblioteche universitarie hanno il compito di attivarsi su questo fronte per far sì che i ricercatori – le cui ricerche sono peraltro finanziate dal denaro pubblico – facciano scelte consapevoli utilizzando i molti strumenti già disponibili.

Le alternative al copyright sono tutte le licenze Creative Commons, o licenze per qualche verso simili a queste come la GFDL o le licenze personalizzate ma tendenzialmente aperte che diversi editori stanno cominciando ad utilizzare. Le possibilità sono dunque molte: si possono cedere agli editori solo il minimo dei diritti per la pubblicazione di una prima edizione ad esempio, riservarsi la possibilità di depositare in un repository istituzionale open access il proprio lavoro, scegliere attivamente una licenza al posto di un'altra e così via. Quello che occorre è un cambiamento nella consapevolezza generale su questi temi.

Inutile dire che la fonte migliore per trovare materiali utili su questi aspetti è la pagina sul diritto d'autore curata dalla stessa De Robbio.

Roberto Caso dell'Università di Trento descrive senza mezzi termini il movimento open access come un movimento rivoluzionario diretto contro le perversioni della protezione della proprietà intellettuale.

Il suo intervento comprende una panoramica della storia della comunicazione scientifica in bilico fra apertura e chiusura fin dalla nascita della stampa: nell'estrema sintesi imposta da un intervento della durata di 30 minuti si accenna al lungo percorso che dalla nascita delle prime riviste scientifiche ha portato alla chiusura monopolistica da parte di pochi, grandi editori. Comprese le modifiche imposte dal passaggio al digitale, con cui il controllo da parte dei detentori dei diritti arriva a toccare i singoli dati contenuti nelle banche dati, ovvero anche i dati grezzi della ricerca, e compresa la rivoluzione (potenziale) dell'open access che modifica persino i criteri di valutazione della produzione scientifica (per esempio, con la segnalazione del numero di download dei singoli documenti da alcuni repository).

Caso riporta ad esempio l'episodio di cui è stata protagonista una ricercatrice italiana, Ilaria Capua, che dopo aver decodificato il codice genetico del virus dell'aviaria ormai sbarcato in Africa, ha deciso di depositarlo a disposizione della comunità scientifica su GenBank, deposito open di sequenze di DNA a disposizione di tutti i laboratori del mondo, anziché su di un database ad accesso limitatissimo controllato dall'Organizzazione Mondiale della Sanità. Per chi fosse interessato a questa storia, Wired versione italiana gli ha dedicato un piccolo articolo nel n. 2 (2009), a p. 30.


L'open access costituisce, secondo le parole di Caso, la “vendetta del diritto di paternità sul diritto di copia”, ovvero un ritorno al principio della difesa del diritto morale ad essere riconosciuti come autori delle proprie scoperte scientifiche contro un'eccessiva sottolineatura dell'aspetto della gestione materiale ed economica dei diritti.

Una posizione così radicale non vuole però contrapporsi ideologicamente al mondo editoriale né ad un rapporto equilibrato con gli interessi anche commerciali. L'open access non vuole dunque porsi come incompatibile con l'idea di una giusta remunerazione degli autori.

Ma, in modo ancora più interessante, Caso precisa anche come, persino in un momento di avanzamento dei sistemi open di diffusione della conoscenza, l'intermediazione editoriale non venga affatto meno.

Per fare un esempio non immediatamente evidente ma di enorme portata, cita la segretezza dell'algoritmo alla base del PageRank di Google, caso esemplare di mediazione del tutto non trasparente (e pressoché monopolistica). Oppure, sempre da casa Google, il monopolio di fatto che l'azienda esercita con Google Books sulle opere non più soggette a diritti, sostituendosi ad una potenziale azione pubblica di preservazione e diffusione.

Un modo semplice – ma coperto dal non detto a dire del relatore – per riportare in equilibrio 'intero sistema potrebbe essere la riduzione dei tempi dei diritti di protezione dall'irragionevole modello attuale (nato per difendere i produttori di Hollywood) alla durata di pochi decenni.

Non sono dunque i limiti di fotocopiatura al 15% i veri problemi...

L'ultimo intervento è quello di Renato Esposito di AIDRO, Associazione Italiana per i Diritti di Riproduzione delle Opere dell'Ingegno, che si occupa per conto delle maggiori associazioni di autori ed editori italiani di antipirateria, gestione dei diritti e formulazione di licenze. In pratica, AIDRO è quell'ente a cui, fra le altre cose, va chiesto il permesso di riproduzione se si supera il 15% di un documento.


L'intervento riequilibria il tono generale della mattinata portando il punto di vista della “controparte”, per così dire.

Oltre ad offrire una sintesi dei modelli di gestione collettiva dei diritti di copia nel mondo, Esposito sottolinea come il digitale, per le sue stesse caratteristiche tecnologiche, consenta una misurazione esatta degli utilizzi e di conseguenza una più precisa gestione dei diritti. Quello che si potrebbe chiamare “istanza di controllo” risulta in effetti efficienza, se visto da un altro punto di vista...

Un caso che suscita interesse e perplessità nella platea è quello del progetto pilota fra AIDRO e Università Bocconi, progetto che a dire di Esposito dimostrerebbe almeno la fattibilità di collaborazioni di questa natura.

In sostanza, si tratta di un accordo che consente per fini didattici la pubblicazione su siti istituzionali di parti di testi cartacei protetti dalla normativa sul diritto d'autore. L'accordo prevede un pagamento ad AIDRO da parte dell'Università commisurato al numero di iscritti al corso. La pubblicazione è però temporanea e la stampa del materiale è inibita.

Ora, a meno di ipotizzare che si tratti di manovre subliminali per esercitare le nuove generazioni alla lettura da schermo dei futuri Kindle, la cosa suscita una certa perplessità. Tanto più perché la normativa sembra prevedere comunque che le biblioteche mettano a disposizione – su terminali dedicati – scansioni di opere in loro possesso, senza bisogno di alcun accordo preventivo.

La normativa – come riconosciuto da tutti i relatori senza distinzioni – è in realtà complessa, probabilmente troppo complessa per trovare ambiti di applicazione non suscettibili di critiche persino troppo facili.

Viene però da chiedersi se il legislatore non avesse in mente – oltre ad un'inconfessata predilezione per l'e-book – un'idea altissima di information literacy che preveda, ben oltre le normali definizioni che si danno di questo complesso di competenze, cracking skills particolarmente evolute per gli studenti che vogliano riuscire a portare a termine i loro studi.

pirate_bayOppure è ipotizzabile un diritto della proprietà intellettuale che non costringa tutti a diventare pirati?


domenica, 10 maggio 2009

Medioevo 2.0

metitieriE' difficile parlare di un libro di Metitieri adesso, perché la sua morte ci mette tutti al riparo dalla sua verve polemica e - come dire? - fa sì che qualunque cosa diciamo sembri troppo facile....

In ogni caso, ho letto Il grande inganno del web 2.0 e devo dire che l'ho trovato migliore di quanto mi aspettassi.

Lo definirei un pamphlet molto ben documentato, assolutamente libero nelle sue opinioni come libero era il suo autore, ossessionato dagli aspetti deteriori del web 2.0 e di certa blogosfera italiana che ho scoperto di non conoscere neppure, e sostenuto da un'amarezza di fondo che forse nascondeva solo un amore smodato per la documentazione e – qui sta il motivo del titolo – per l'aspetto autenticamente comunitario della Rete.

Nel libro ce n'è per tutti quanti: blogger presuntuosi e ignoranti, giornalisti cialtroni, retoriche della Rete che non si confrontano con la realtà dei fatti... In generale, un po' meglio ne escono i bibliotecari, ma mi chiedo cosa pensasse Metitieri dei bibliotecari-blogger...

Soltanto per dare un'idea di dove tanta critica vada a parare, cito qualche passaggio della fine del libro. L'ultimo paragrafo si intitola Attrezzarsi per il Medioevo 2.0:

In conclusione, siamo entrati in un'epoca in cui le barriere fra autore e lettore stanno cadendo; le figure di intermediazione come i giornalisti e i bibliotecari devono essere riprogettate; la validazione, quando esiste ancora, non avviene più prima della pubblicazione ma dopo; persino ambienti che erano per antonomasia strutturati, come i sistemi bibliotecari integrati, presenteranno i documenti all'utente senza distinzioni in base alla loro origine; e le nuove leve di ricercatori, per riprendere le parole dell'Acrl sull'information literacy, non sanno come sia organizzata la conoscenza – una vera e propria deriva, rispetto al mondo tranquillo e rassicurante dello scorso millennio.

L'attuale crisi è innanzitutto economica e colpisce tutte le industrie dei produttori di contenuti, con problemi che sono determinati non solo dall'uso di schemi e modelli di business inadatti a questa nuova realtà, ma anche dalla necessità di ridefinire la collocazione di ciascun attore in un panorama che è stato completamente stravolto da Internet. In mancanza di nuove e buone idee, l'unica soluzione che sta avendo un vero successo per ridurre i costi, tra i vecchi media come tra quelli nuovi, è la pratica selvaggia del copia e incolla, seguita da tutti, sia dai professionisti, che non vengono più pagati abbastanza per approfondire i problemi, sia dagli hobbisti che per quel poco che fanno non sono pagati affatto; ed è una pratica che ovviamente piace molto agli studenti." (p. 149)

Ma, “... nel lungo periodo sono convinto che la Rete permetterà alle intelligenze che la abitano di tracciare la strada verso un nuovo Rinascimento, salvando le buone poche regole che esistevano nel vecchio mondo e valorizzando i pregi dei nuovi contenuti generati dagli utenti, con l'adozione di valide forme di collaborazione e di controllo collettivi o redazionali. Del resto questa è la strada che hanno già imboccato Wikipedia o le biblioteche che iniziano a pensare come utilizzare le folksonomie. La parte più difficile di tale percorso sarà l'individuazione di un modello economico che permetta la sopravvivenza di un lavoro professionale e di qualità, che deve essere adeguatamente retribuito, ma con il tempo si potrebbe arrivare anche alla soluzione di questo problema.” (p. 151)

Internet, dal canto suo, accoglierà qualsiasi progetto ma valorizzerà i migliori, come ha già fatto in passato, dimostrando che il suo spirito autenticamente comunitario è in grado di non lasciarsi travolgere neppure dalle folle di idioti, sia che provengano dalla scuola ottusa degli old media, sia che arrivino dall'irresponsabile ignoranza dei new media, sia che cavalchino i falsi ideologici e le mode della 'blog generation' e dell'inesistente rivoluzione Web 2.0.” (p. 151)

A Metitieri avrei potuto solo dire che Web 2.0 è solo un'etichetta, e di non prenderla dunque tanto sul serio ... e che il “mondo tranquillo e rassicurante dello scorso millennio” è anche quello che ha prodotto – nel cuore della cultura occidentale – cose come la Shoah e Hiroshima (che è quel che mi viene in mente ogni volta che si paragona la superficiale cultura della rete con la profondità della vera cultura di un tempo, che non ho mai avuto la gioia di vedere...)

Sono certa che mi avrebbe criticato ferocemente. Ma questo è destinato a rimanere un omaggio senza contraddittorio.

postato da: gentilini alle ore 13:08 | link | commenti (3)
categorie: web 2 0
domenica, 03 maggio 2009

Online Catalogs: What Users and Librarians Want (3)

Le ultime due parti del rapporto OCLC, rispettivamente dedicate alla comparazione fra le preferenze dei bibliotecari e quelle degli utenti finali ed alle conclusioni, mettono in primo piano elementi leggermente diversi da quelli che ho sottolineato, almeno in parte.

A chi ha letto i primi due post sul tema chiedo dunque di tenerli presenti assieme a questo. Emergeranno in un certo senso delle differenze, che sono da imputare 1) a me (potrei aver tratto delle conclusioni troppo in fretta!) e 2) al fatto che leggere dati “quantitativi”, se pur limitati ad una ricerca relativamente piccola come questa, è complesso perché ogni cosa assume un senso solo se rapportata a qualcos'altro, e il senso può anche mutare a seconda dell'angolatura da cui la si guarda.

Per provare a riassumere alcuni elementi che emergono dalla comparazione, il dato su cui di più concordano le due categorie di utenti di opac (bibliotecari e utenti finali) è l'importanza che avrebbe l'aggiunta di indici e abstract.

Il dato su cui invece si rileva più differenza è relativo alla possibile aggiunta di link a contenuti online, desiderio espresso dagli utenti finali ma poco condiviso dai bibliotecari (utenti finali 36%, bibliotecari 18% che andrebbe però forse considerato assieme al 22% di preferenze espresse per i record che descrivono risorse online). Questo elemento va letto nel contesto del tema più ampio della reperibilità dei materiali: così come sono interessati all'immediatezza delle informazioni relative al posseduto delle biblioteche, a maggior ragione gli utenti finali sarebbero interessati al full text digitale, o almeno ad una sua parte.

Sicché pare che non trovi molto riscontro la mia ipotesi sui bibliotecari pubblici: nel post precedente immaginavo che, forse più consapevoli delle abitudini di ricerca online degli utenti reali, potessero intuire che i link dentro i cataloghi non sarebbero stati molto utilizzati. Gli utenti finali si esprimono invece a favore in una percentuale piuttosto alta.

Nelle conclusioni del rapporto si cerca di delineare qualche linea di sviluppo per gli opac di prossima generazione che riesca a bilanciare le esigenze di comunità di utenti diverse per composizione e per scopi (gli utenti finali, gli utenti di diversi tipi di biblioteche, bibliotecari con differenti compiti professionali ecc.). Ciò sulla base dell'idea che vada favorito un approccio maggiormente user-oriented, ma riconoscendo da parte degli utenti una mancanza di consapevolezza su come i dati siano organizzati negli opac – organizzazione che consente i tipi di ricerca che essi stessi dichiarano di voler fare.

Ecco alcuni elementi da tenere presenti:

1. Reperibilità (digitale e materiale)

Gli utenti finali sembrano percepire il processo che va dalla scoperta alla selezione all'accesso come un flusso continuo, similmente a quanto appare loro come normale sul web (“appare”, non “è”). Contenuti digitali integrali, di testo, musica e video, o almeno estratti di questi dovrebbero dunque essere presi in maggiore considerazione.

Allo stesso modo, andrebbero considerati servizi innovativi di fornitura fisica anche per i materiali di tipo tradizionale, ad es. valutando la fattibilità di servizi di consegna a domicilio in 24 ore, anche tramite consorzi fra biblioteche.

2. Ricerca e dati di arricchimento semantico

Indici, abstract, copertine, estratti ecc. sono elementi che permettono di non sprecare tempo nella fase stessa della ricerca. Risultano utili per alcune categorie di utenti (gli universitari in questa ricerca) anche contenuti di produzione “sociale” come le recensioni, il rating, il social tagging.

Particolarmente interessante e delicato, naturalmente, il tema di come e dove trovare, in modo sostenibile, quelli che il rapporto chiama appunto “dati di arricchimento”.

Le procedure manuali di arricchimento di singoli record in cataloghi locali è un approccio che non può funzionare in un'ottica più ampia (penso ai miei poveri abstract leggibili solo su Polo UBO...). La cooperazione è quindi d'obbligo. I modi possono essere vari:

  • sfruttare i dati già esistenti nei cataloghi e metterli in comune, ad es. grazie al processo di “accorpamento” proprio di FRBR
  • acquistare contenuti arricchiti da fornitori commerciali
  • collegare ai record bibliografici contenuti arricchiti già esistenti utilizzando API come quelle provviste dai servizi Amazon

3. Ricerca a faccette e precisione dei dati

Diversi degli elementi che gli utenti non prendono in considerazione sono in realtà necessari alla flessibilità, esattezza e velocità delle loro ricerche.

Investimenti da farsi nel campo dell'indicizzazione separata per categorie di dati e in quello delle forme controllate di nomi e soggetti possono ad es. avere un effetto positivo – anzi, indispensabile – sulla ricerca a faccette che gli utenti paiono vedere con favore.

Analogamente, gli ISBN – pur non essendo praticamente mai utilizzati dagli utenti come chiave di ricerca diretta - sono importanti per favorire meccanismi di collegamento certi fra record presenti in diverse basi dati e per supportare una varietà di interazioni macchina-macchina.

4. Ranking dei risultati

La rilevanza dei risultati di ricerca è uno degli elementi maggiormente valutato dagli utenti finali, e quello su cui il rapporto rileva il maggior ritardo da parte dei bibliotecari. Per chi fosse interessato agli studi sul tema (che ovviamente non sono iniziati nei laboratori di Google ma nelle facoltà di scienze dell'informazione negli anni '60!) una breve sintesi e qualche riferimento bibliografico si trovano a p. 54.

Va da sé che la completezza dei dati e anche della loro interpretazione si può avere solo dalla lettura integrale del rapporto. Sarei grata a chi volesse segnalare qualche inesattezza da parte mia (soprattutto perché tutto sono tranne che una catalogatrice!) o sottolineare elementi diversi da quelli descritti qui.


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categorie: biblioteche, opac, web 2 0, library 2 0, oclc
mercoledì, 29 aprile 2009

Online Catalogs: What Users and Librarians Want (2)

La seconda parte del rapporto OCLC, Data Quality: What Librarians Want, rileva innanzitutto che le preferenze espresse dai bibliotecari su che cosa potrebbe aumentare la qualità degli opac dipende abbastanza strettamente dal tipo di ruolo che ricoprono (dal polo di chi ha contatto diretto con gli utenti a quello opposto di chi si occupa di acquisizioni), ma anche dal tipo di biblioteca e dalla sua collocazione geografica.


In generale e in ordine di importanza, questi sono alcuni degli elementi valutati per un possibile miglioramento degli opac:
  • schiacciare i record duplicati (vero nemico pubblico n° 1 per tutti i bibliotecari, di tutte le biblioteche, dentro e fuori gli USA: 52%)
  • aggiungere tables of contents ai record (40%)
  • aggiungere abstract ai record (28%)
  • aggiungere le copertine alle liste dei risultati (25%)
  • aggiungere abstract alle liste di risultati (24%)
  • aumentare l'accuratezza delle informazioni sul posseduto (24%)
  • inserire più record per le risorse online (22%)
  • maggiore esposizione del posseduto sul web (all'ultimo posto, 8%)

Il rapporto è ricco di presentazioni grafiche che permettono di comparare i diversi dati, a quello quindi vi rimando mentre mi preme sottolineare alcune cose qui, che ruotano attorno ai temi dell'arricchimento semantico dei cataloghi e del reference.

Tra i possibili arricchimenti di tipo semantico, i bibliotecari accademici e di biblioteche speciali privilegerebbero l'aggiunta di tables of contents (gli indici) ai record bibliografici, meno valutate invece dai bibliotecari pubblici che indicano negli abstract uno strumento più utile. Anche l'aggiunta di abstract a livello di risultati della ricerca e non di singolo record – come alternativa che ottiene in generale meno successo – è comunque selezionata più dai pubblici, un po' meno dagli accademici, molto meno dagli speciali.

Se di aggiunta “semantica” si può parlare, le copertine sono indicate come utili dai bibliotecari pubblici, che si distaccano in questo di diversi punti dagli accademici e ancor di più da quelli di biblioteche speciali.

Il miglioramento dell'accuratezza delle informazioni sul posseduto delle biblioteche risulta valutato più dalle pubbliche e dalle speciali che dalle accademiche.

Infine, in modo apparentemente sorprendente, sono i bibliotecari delle pubbliche quelli che sembrano valutare di meno l'idea di inserire in opac record relativi a risorse online o link diretti ad esse.

Gli addetti al reference sono una delle categorie indagate dal rapporto insieme ai catalogatori, gli acquisitori, i direttori di biblioteche, gli addetti allo sviluppo delle collezioni e quelli dedicati alla condivisione delle risorse (resource sharing: a cosa corrisponde da noi? Ad es. a chi lavora nei consorzi accademici di acquisto delle banche dati o nella loro gestione a livello di ateneo?)

Nel caso di questa categoria specifica, al di là del solito nemico pubblico n° 1, la scelta è più spostata a favore degli abstract in ogni contesto possibile, e a favore di una maggiore accuratezza sulle notizie relative al posseduto. In dettaglio, l'ordine dei risultati è questo:


rapporto_OCLC_2009_x

Come è ovvio diversi dei risultati della sezione What Librarians Want corrispondono a comuni aspettative (vedi il tema delle copertine dei libri). Qualche osservazione in più si può però già fare ancor prima di leggere la parte finale del rapporto.

La prima osservazione è relativa allo scollamento piuttosto corposo che si rileva fra utenti finali e bibliotecari rispetto alle informazioni che potremmo chiamare di “reperibilità immediata”. Per i bibliotecari, infatti, categorie come l'accuratezza delle informazioni sul posseduto e l'esposizione immediata del posseduto sul web non sono, in generale, tra i primi elementi di scelta.

La seconda riguarda invece la distanza fra le aspettative degli utenti rispetto a qualunque tipo di arricchimento semantico del catalogo e le aspettative dei bibliotecari.

In entrambi i casi, va rilevato che i bibliotecari addetti al reference sono quelli che si dimostrano un po' più consapevoli delle necessità del pubblico delle biblioteche (ovviamente, gioca a loro favore il contatto quotidiano e diretto).

Un elemento che invece mi lascia con qualche punto interrogativo in più, personalmente, riguarda l'introduzione di risorse online e di link nei cataloghi. A prima vista, avrei pensato che i bibliotecari pubblici potessero essere quelli più interessati ad una maggiore integrazione in questo senso, mentre non è così.

Per azzardare qualche possibile spiegazione, si può forse dire che è nelle biblioteche pubbliche – rispetto a quelle dedicate a studi più specialistici – che resta ancora viva l'identificazione informazione = libro. Sappiamo (ad es. dal rapporto OCLC del 2005 Perceptions of Libraries and Information Resources, che trovate sintetizzato anche nell'ultimo libro di Anna Galluzzi), che per il pubblico delle biblioteche questa identificazione è ancora forte, e forse nelle biblioteche pubbliche i colleghi non fanno che prendere atto di questo.


Oppure, mi chiedo se non sia proprio nelle pubbliche che i bibliotecari – meno confortati dall'autorevolezza di risorse online attentamente selezionate e prodotte editorialmente – si rendano conto di come la ricerca in rete segua generalmente regole proprie, più affidate alle forze dei motori di ricerca e del browsing che alla segnalazione in repertori strutturati come gli opac. Il che sembrerebbe avvicinarsi al dato abbastanza impressionante rilevato dal rapporto OCLC del 2005:

Tra le altre cose, l'indagine mette in evidenza innanzitutto che la percentuale degli utenti che ha familiarità con i motori di ricerca è piuttosto alta (60%) e che questi strumenti di ricerca sono considerati da una percentuale altissima di persone (l'84%), indipendentemente dalla regione di provenienza e dall'età, il punto di partenza migliore per la ricerca di un'informazione. Il 93% degli utenti ritiene che Google fornisca informazioni affidabili, mentre 'solo' il 78% pensa altrettanto dei siti delle biblioteche.” (Galluzzi, p. 147)

L'analisi termina poi con un dato che dovrebbe far riflettere anche gli addetti al reference, che in quest'ultimo rapporto sembrano invece uscire “meglio” dei loro colleghi:

Addirittura il 43% degli intervistati afferma che l'assistenza ricevuta da un bibliotecario sia dello stesso livello di quella fornita dai motori di ricerca, anche se non mancano coloro che riconoscono il valore aggiunto fornito al processo di ricerca dall'aiuto del bibliotecario.” (Sempre p. 147)

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categorie: biblioteche, opac, reference, oclc
sabato, 25 aprile 2009

Online Catalogs: What Users and Librarians Want (1)

Un nuovo rapporto OCLC è appena stato pubblicato con l'intento di mettere a confronto i fattori che nei cataloghi vengono maggiormente valutati come portatori di qualità da due diverse categorie di persone: gli utenti finali (non solo gli studiosi) e la comunità professionale dei bibliotecari (in tutte le sue sfaccettature).

L'obiettivo dichiarato è indagare le necessità, le motivazioni e i comportamenti degli utenti reali, a fronte di una letteratura professionale che si è occupata maggiormente, in passato, di analizzare le fonti informative (i documenti) e i sistemi per organizzarli (i cataloghi). Il panorama all'orizzonte sono i cataloghi di nuova generazione e, in generale, il lavoro di quanti si occupano dell'integrazione di dati da fonti multiple.

Una prima sintesi:

I risultati suggeriscono che siano presenti due tradizioni dell'organizzazione dell'informazione – una derivante dalla biblioteconomia e un'altra dal web. Le prospettive dei bibliotecari rispetto alla qualità dei dati restano profondamente influenzate dai principi classici dell'organizzazione dell'informazione propri della loro professione, mentre le aspettative degli utenti finali sulla qualità dei dati derivano ampiamente dalla loro esperienza di come l'informazione è organizzata su siti web celebri. Ciò che è necessario ora è integrare il meglio di entrambi i mondi in nuove, più ampie definizioni di che cosa 'qualità' significhi nei cataloghi online delle biblioteche.” (p. vi, trad. mia)

Per quanto riguarda la metodologia dell'analisi, si è lavorato con focus group, pop-up surveys su WorldCat.org e survey web. Gli utenti e le diverse interfacce di sistema di WorldCat (utenti finali, bibliotecari) costituiscono la base empirica della ricerca, sulla base della supposizione che i suoi risultati possano estendersi a considerazioni generali per diversi tipi di opac e di situazioni.


Mi limito per ora alla prima parte del rapporto, Data Quality: What End Users Want, seguendo la sintesi proposta dagli autori del testo.

1. Ottenere il documento finale è considerato altrettanto, se non più importante del reperimento del puro dato bibliografico.

L'aspettativa degli utenti è quella di un flusso continuo che va dalla scoperta alla “consegna” del materiale o, per lo meno, ad una chiara informazione su come venirne in possesso.

Alla domanda “quali informazioni sono essenziali per identificare il documento di cui hai bisogno?”, le percentuali di risposta riguardano infatti per la maggioranza gli elementi collegati al reperimento del documento, come si può vedere qui sotto:


rapporto_OCLC_2009

Gli utenti finali desiderano sapere se un documento sia disponibile o meno, e desiderano saperlo preferibilmente nel momento in cui scorrono una lista di risultati. Alcuni arrivano a dire che, se il documento non è disponibile in quel momento, potrebbe anche non apparire nella lista dei risultati.

Un partecipante ha notato che viviamo nel mondo del 'compri ora, ottieni subito' tipico dell'accesso istantaneo ai materiali elettronici. Questa è la realtà che gli utenti finali si aspettano dalle biblioteche: link che li connettano dai metadati che descrivono contenuti online, ai contenuti stessi.” (p. 13)

Quando l'accessibilità riguarda documenti digitali, naturalmente, il desiderio di un accesso immediato è ancora più impellente, modellandosi sull'esperienza ben nota del download di contenuti audio e video.

2. Elementi informativi supplementari a quelli classici come indici, abstract, estratti, tables of contents ecc. sono considerati aspetti essenziali, perché permettono di non sprecare tempo nel reperimento di documenti non rilevanti.

La rapidità è un elemento chiamato spesso in causa dai partecipanti allo studio: avere negli opac qualcosa di simile alle poche righe di descrizione della risorsa che appaiono nelle pagine di risultati di Google sarebbe considerato molto utile per sapere se valga la pena continuare sulla stessa strada oppure no.

In questo senso, elementi più tradizionali come i soggetti, i soggetti correlati, gli indici, gli abstract e così via sono considerati positivamente. Più variegato invece il giudizio su possibili elementi aggiuntivi meno tradizionali.

Tutti i tipi di partecipanti esprimono un giudizio positivo sulla presenza negli opac delle copertine dei libri, sia a livello del singolo documento che a quello della lista iniziale di risultati (il potere della comunicazione visiva avanza...).

Le pratiche di arricchimento dei record di tipo “sociale”, invece, suscitano reazioni diverse a seconda dei diversi gruppi di utenti: nel gruppo degli studenti universitari dai 18 ai 24 anni, ad esempio, sono giudicate positivamente le recensioni fatte dagli utenti e le liste di condivisione delle letture fatte. In questo gruppo (complice sicuramente la pratica assidua) risulta buona anche la capacità di discernere fra recensioni autorevoli (ad es. quelle editoriali o fatte da esperti) e recensioni generate da utenti qualsiasi. Contrariamente alla supposta tendenza all'anonimato della rete, però, anche questo gruppo – che coincide con quello dei digital native – ama sapere chi sia l'autore di una recensione.

In altri gruppi (i laureati, gli studiosi e i ricercatori “casuali” dai 25 ai 59 anni) il giudizio su strumenti di questo tipo è più frastagliato, collocandosi in generale a favore delle recensioni editoriali, specie nel caso di ricerche fatte per motivi accademici o professionali.

3. La rilevanza dei risultati di ricerca deve essere certa.

Occorrono elementi e algoritmi di ranking tali da presentare solo risultati rilevanti e da chiarire in quale ordine essi siano presentati.

Il tema è naturalmente più sentito nel caso di ricerca per temi e non per documenti già conosciuti. L'esperienza coi motori di ricerca, che paiono riuscire a fare i conti con le ambiguità del linguaggio naturale e a focalizzare i risultati sulla base del contesto semantico preciso che l'utente ha in mente, influenza anche l'aspettativa nei confronti degli opac.

4. Primeggia le ricerca per parole chiave, ma accanto a questa è gradita la presenza di un'opzione di ricerca avanzata, in particolare nella forma della ricerca a faccette.

La ricerca avanzata dovrebbe avere caratteristiche precise: essere ben visibile, contenere una guida all'uso e permettere, appunto, una tipologia di refine search particolarmente intuitiva come è quella a faccette (nel catalogo WorldCat, gli elementi di raffinamento si presentano graficamente separati nella colonna a sinistra, e guidano in modo “naturale” i passaggi del raffinamento della ricerca).


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categorie: biblioteche, opac, web 2 0, library 2 0, oclc
sabato, 18 aprile 2009

Libri del passato e libri del presente

A Bologna è stato di recente pubblicato un dossier che, in occasione dei 50 anni dall'istituzione del Consorzio Provinciale di Pubblica Lettura, ne riporta la storia, alcuni documenti ufficiali, alcune immagini (foto “d'epoca” di biblioteche appena nate, i primi manifesti promozionali...) e soprattutto l'inventario delle carte sul tema conservate presso l'archivio della provincia di Bologna.

La presentazione del volume è stato un momento che definirei abbastanza tenero, vista la presenza di tante persone che dalla nascita di quel Consorzio in avanti hanno lavorato duro per creare le condizioni fortunate in cui oggi (anche se si vorrebbe ancora di più!) mi trovo ad esempio a lavorare io. E quindi un grazie a tanti, fra cui la nostra Anna Maria Brandinelli che nel volume firma l'intervento Breve storia di una grande idea e che vedete come puntino biondo nella foto qui sotto!

08042009014Il Consorzio nacque nel 1958, un anno che io mi immagino (forse in modo un po' romantico) come un misto di volontà di uscire da un dopoguerra ancora vicino, di orgoglio semplice di chi comincia a stare un po' meglio, di cultura contadina ancora forte e di speranze. Pare che, in quel periodo, Carlo Maria Badini assessore alla pubblica istruzione e inventore di quel Consorzio, annunciasse nei vari paesi della provincia l'avvio dei servizi bibliotecari come “l'allacciamento del servizio di pubblica lettura”.

D'altra parte, nel suo intervento al Consiglio provinciale in occasione della discussione per l'istituzione del Consorzio, partiva così:

Il provvedimento che ci accingiamo a prendere in esame ... è certamente destinato ad incidere positivamente nella vita delle popolazioni della nostra Provincia, con la stessa forza ed efficacia con cui la soluzione di un problema di viabilità o di bonifica o di industrializzazione può portare allo sviluppo sociale di una plaga o di un borgo.”

Ho l'impressione che, se parlare oggi di biblioteche come infrastrutture suona ancora strano, allora debba essere sembrato rivoluzionario!

biblioteche_cittàIn questi giorni esce il libro di Anna Galluzzi Biblioteche per la città: nuove prospettive di un servizio pubblico. Un libro snello, fluido ed equilibrato ma con solide ambizioni, che fa entrare nel dibattito sul futuro delle biblioteche (pubbliche, ma non solo) temi presi dalla sociologia della città, dei consumi culturali in ambito metropolitano, dei cambiamenti negli stili di vita, e li mette a confronto con una bella serie di casi di studio relativi a biblioteche di nuova costruzione o riadattamento.

Prima ancora di scriverne una recensione, dirò solo che si tratta di un libro che fa entrare una vera boccata d'aria fresca nella nostra riflessione professionale!

Ho l'impressione che parlare finalmente in modo esplicito di temi come la necessità di ripensare l'articolazione delle biblioteche sul territorio, l'uso ibrido e non tradizionale che gli utenti vorrebbero farne ed il loro assomigliare a luoghi di consumo di massa come i centri commerciali, contenga un pizzico di quello stesso coraggio che faceva parlare negli anni '50 delle biblioteche per tutti come di un'opera di bonifica!

Sul libro potete intanto leggere quello che ne dice la stessa Anna nel suo blog.

Presentazioni sono previste a Roma il 7 maggio (ore 16.30, Biblioteca “E. Tortora”) e a San Benedetto del Tronto il 25 maggio. Ma può darsi che sia solo l'inizio di una lunga tourné!

postato da: gentilini alle ore 20:36 | link | commenti (3)
categorie: eventi, biblioteche, analisi sociologiche
domenica, 05 aprile 2009

Il giornale non è più la bibbia dell'uomo moderno

Giovedì mattina sono stata alla riunione AIB Emilia-Romagna, preceduta da una tavola rotonda sul ruolo sociale delle biblioteche.

Purtroppo non sono in grado di fare un resoconto del seminario perché non sono potuta essere presente per tutto il tempo, mentre avrei voglia di riportare qualche elemento emerso dalla discussione collettiva.


Mi voglio riagganciare in particolare all'intervento di Claudio Leombroni, attuale membro del CEN, ed in particolare ad un caso da lui riportato a proposito dell'agenda politica dell'associazione e della partecipazione nella definizione di tale agenda.

Il caso è questo: poco tempo fa è nato su Facebook un gruppo che si chiama Nella mia biblioteca nessuno è straniero, su iniziativa dei sempre attivi colleghi di Cologno Monzese e che conta ad oggi 473 membri.


L'iniziativa è nata da alcune preoccupazioni relative al fatto che nei recenti pacchetti sulla “sicurezza” possano trovare spazio limitazioni alla libertà di accesso all'informazione.

L'iniziativa è poi rimbalzata da Facebook alla segreteria dell'AIB e proprio su questo Leombroni ha posto l'attenzione, dopo aver sottolineato la realtà delle minacce oggi esistenti alla libertà di informazione e la necessità di rafforzare le posizioni politiche dell'AIB su questi temi.

Si tratta di un problema di metodo che sintetizzerei così (spero di avere interpretato bene): può un gruppo autoformatosi su un social network sostituire le normali procedure di discussione all'interno delle assemblee regionali e nazionali di un'associazione? Quanto la posizione così definitasi può essere considerata rappresentativa dell'opinione della generalità dei soci?

Mi sono sentita di intervenire nel dibattito con qualche riflessione e un paio di esempi.

Il primo esempio sono i grandi convegni nazionali, che frequento ormai da anni e che, volta per volta, mi sembra perdano sempre più smalto. Come se ci fosse una sorta di rapporto proporzionale fra l'importanza accordata agli interventi (apertura di giornata, palco, traduzione...) e la loro ingessatura in preamboli, ossequi istituzionali e richiami al paludamento storico della professione. Lo scontento è diffuso, ma vive solo a livello di mormorio per i corridoi delle Stelline...

Il secondo esempio è il breve scambio di messaggi avvenuto qualche settimana fa su aib-cur sul prossimo convegno IFLA di Milano. In sintesi: alla notizia del raggiungimento di un buon numero di iscritti ho mandato un messaggio che esprimeva perplessità sul fatto che i bibliotecari italiani potessero partecipare all'evento, date le quote di iscrizione molto alte. E' seguito qualche messaggio di colleghi che hanno espresso preoccupazioni simili, ma nessuna risposta da parte del comitato organizzatore.

I due casi sono molto diversi, ma potrebbero dare un'idea del modo in cui si radichi l'impressione, in molti colleghi, che non ci sia un reale spazio di dibattito nel quale inserirsi.

Naturalmente, però, è vero anche il contrario: è più facile lamentarsi di un'associazione che non risponde pienamente alle aspettative nei corridoi degli uffici, piuttosto che andare ad una riunione regionale ed esprimere apertamente il proprio scontento o fare proposte concrete!

A me pare è che si tratti di un circolo vizioso basato su di un comune difetto di abitudine alla partecipazione. Non ci si esprime perché non si ha l'impressione di poter influire sulle cose, e non si può in effetti influire particolarmente su come stanno le cose perché la partecipazione non è un elemento normale della vita dell'associazione. Non lo è nei suoi riti e nei suoi meccanismi consolidati, ed è anche comprensibile che non lo sia, perché in un contesto di lavoro basato sul volontariato è inevitabile che ci si affidi anche a meccanismi inerziali che ci si porta dietro dal passato. Peraltro, va riconosciuto il duro di lavoro di chi fa sì che molte iniziative – con i loro pregi e i loro difetti - vedano la luce.

Una riflessione che si potrebbe fare è se, per tentare di scalzare questo circolo vizioso, non si possa far leva almeno su strumenti di comunicazione/partecipazione di tipo nuovo.

Il caso della campagna nata in modo spontaneo e agile su Facebook e che rischia di arenarsi sulle sponde della burocrazia organizzativa di un'associazione professionale starebbe a pennello in Uno per uno, tutti per tutti di Clay Shirky.

Gli strumenti di comunicazione dell'AIB sono in questo momento una newsletter (modello di comunicazione da uno a molti), un sito web completamente non interattivo (di nuovo modello da uno a molti), un periodico di stampo tradizionale e una lista di discussione. Se non fosse per la lista – che costituisce comunque una forma primitiva di comunicazione bidirezionale in rete – tutti noi iscritti saremmo gli spettatori passivi di un programma televisivo che viene trasmesso da qualcun altro!

Non stupisce perciò che ci si rivolga a strumenti “altri” come i social network, che proprio per l'aggregazione sono nati e prosperano (e non per l'accoppiata narcisismo-voyeurismo a cui li si vuole destinati).

Forse cambiare gli strumenti aiuterebbe, ad esempio magari con blog delle sezioni regionali, che si possano aggiornare con rapidità, in modo agile, con costi di manutenzione bassi e una maggiore offerta di interattività.

Più in generale, credo che sarebbe anche interessante cominciare ad interrogarsi su quanto, come professione, o come generazione, o come gruppo accomunato da una qualche caratteristica, siamo lontani o vicini ad un modello di partecipazione attiva nella costruzione di quella cultura che diamo per scontato sia la nostra “specialità professionale”.

Mi sembra che siamo in qualche modo bloccati fra due pratiche di cui non riusciamo più a vedere i limiti: da un lato, il pensare la partecipazione come propria della sfera della politica intesa in senso stretto (per cui ad es. abbiamo l'impressione di “partecipare” quando andiamo ad una manifestazione di protesta). Dall'altro, forse, il farci forti dell'idea della cultura del libro e della lettura come strumenti prìncipi dello spirito critico (quando però la lettura è un'attività passiva che coltiva uno spirito critico individualistico).

Forse non è questa la formazione ideale per vivere in un mondo in cui le possibilità di comunicazione interattiva sono centuplicate rispetto al passato, e si tratta peraltro delle forme di comunicazione che molte persone cominciano a dare per scontate, anzi ad esigere. (Se mi abituo al fatto che degli sconosciuti incontrati in qualche contesto online rispondano alle mie mail entro 24 ore, mi risulterà difficile accettare una mancata risposta su una lista di discussione in cui si presume che l'obbligo reciproco sia vincolato da interessi professionali).

Credo che stia a tutti noi imparare a praticare forme di costruzione del senso un po' meno solipsistiche. Banalmente, credo che stare un po' più in rete e un po' meno a leggere il giornale potrebbe già aiutare...


postato da: gentilini alle ore 17:15 | link | commenti (20)
categorie: eventi, web 2 0, information literacy, information divide